Psicologia

Rabbia e tristezza: impariamo ad apprezzarle!

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Continuiamo il viaggio nel mondo delle emozioni.
Conosciamo meglio rabbia e tristezza per poterle apprezzare.

Comprendere le emozioni permette un migliore sviluppo a livello personale e relazionale. Le persone con maggiori abilità sociali, solitamente, conoscono meglio se stesse e le emozioni che provano in ogni momento. E riescono ad agire in accordo con esse.

Partendo dalla teoria di Paul Ekman (approfondita in questo articolo), troviamo sei emozioni di base: rabbia e tristezza, gioia, paura, sorpresa e disgusto.

A primo impatto, ci verrebbe da distinguere tra emozioni positive (come la gioia) e altre negative (come la tristezza). In realtà tutte le emozioni sono adattive, tutte permettono di adattarci all’ ambiente circostante. Perciò sarebbe auspicabile pensare alle emozioni distinguendole tra piacevoli o spiacevoli, e non negative.

Ora entriamo nel vivo del viaggio delle emozioni e iniziamo a conoscerle più da vicino.

RABBIA

rabbia

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La rabbia viene spesso etichettata come un’emozione negativa da soffocare e reprimere. Viene considerata irragionevole, sbagliata, segno di capriccio e aggressività. In realtà la sua distruttività dipende dall’uso che se ne fa, e soprattutto che non se ne fa.

Infatti la rabbia diventa negativa quando non viene riconosciuta, ma piuttosto negata. Ciò’ comporta che l’individuo accumuli rabbia su rabbia per poi esprimerla nei momenti meno opportuni e con le persone che non la meritano.

La rabbia repressa può alimentare sentimenti depressivi e di inferiorità, nonché scaricarsi sul corpo con manifestazioni psicosomatiche come mal di schiena e ulcere.

Fraternizziamo con la rabbia

La rabbia ha la funzione adattiva di segnalarci che qualcosa non va. È un segnale d’allarme che deve portarci a riflettere perché probabilmente i nostri diritti sono stati violati e/o i nostri bisogni disattesi.

Ascoltare la rabbia, e non demonizzarla o reprimerla, ci aiuterà a superare situazioni con conflitti che ci fanno star male. Non serve urlare, accusare altri, addirittura arrivare alle mani. Il modo migliore per gestire la rabbia è esprimere con calma e a parole quello che stiamo provando.

Come far diventare la rabbia.. costruttiva

tempo per cambiare la rabbia

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  • Vivere profondamente la rabbia
    E’ importante permettere a se stessi di vivere completamente la rabbia, creando un posto sicuro per esprimerla: da soli, con un amico fidato o con un esperto. Se siamo soli in un luogo sicuro, permettiamoci di parlare ad alta voce, di scalciare o urlare, di lanciare e colpire cuscini. Facendo questo dovrebbe affievolirsi la paura di compiere un atto distruttivo e saremo più capaci di affrontare efficacemente le situazioni che si presenteranno. Confidarsi con qualcuno di cui ci fidiamo o un esperto ci può aiutare ad acquisire un nuovo punto di vista sulle cose.
  • Chiarirsi le idee
    È bene avere un’idea precisa di ciò che si prova e di cosa si vuole comunicare all’altro. Per raggiungere questa chiarezza, è importante dialogare con sé e porsi degli interrogativi: cosa ci ha fatto arrabbiare? L’altra persona ci ha fatto del male per sbaglio oppure no? Siamo stati eccessivamente suscettibili? Quanta responsabilità abbiamo in quanto è accaduto? Cosa ci aspettiamo dall’incontro con l’altro?
  • Comunicare le proprie opinioni
    Per poter fare ciò però è necessario che ci siamo calmati e che adottiamo uno stile assertivo di comunicazione.

L’obiettivo deve essere quello di ristabilire un equilibrio e non prevaricare l’altro. A tal proposito lo psicoterapeuta Thomas Gordon propone il sistema dei “messaggi-io”, basato sul principio di parlare di sé seguendo queste linee guida:

  • definire con precisione ciò che ci ha disturbato;
  • raccontare le proprie emozioni;
  • condividere le nostre aspettative;
  • esprimere i propri bisogni attuali e le motivazioni;

Questo permette di ridefinire la relazione con se stessi e con l’altro educandosi reciprocamente al linguaggio delle emozioni.

TRISTEZZA

uomo triste

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E’ un’emozione che si origina a seguito di una perdita o da uno scopo non raggiunto. L’umore precipita e ci critichiamo per non aver saputo gestire diversamente una situazione, la postura diventa ricurva e la mimica facciale presenta fronte corrugata e sguardo perso nel vuoto. Si manifesta con crisi di pianto, assenza di appetito e di voglia di fare, si preferisce la solitudine e si tende a pensare e ripensare, spesso lamentandoci e recriminandoci di non aver fatto abbastanza.

La tristezza è comunque uno stato passeggero, a meno che non si cristallizzi. A quel punto può diventare uno stato patologico chiamato depressione.

A cosa serve la tristezza?

Tutti proviamo tristezza. Quasi ogni giorno, per vari motivi: possiamo essere tristi perché ci vediamo invecchiati allo specchio, perché hanno tagliato gli alberi del nostro viale, perché è sparito il nostro cane, perché la marmellata si è bruciata, perché le vacanze estive sono finite o il nostro compagno ci ha lasciato.

La tristezza ha la funzione di segnalare che il nostro sistema di attaccamento si è attivato. In poche parole, ci fa segnalare agli altri che abbiamo bisogno della loro vicinanza, del loro sostegno o conforto. Riveste quindi un ruolo centrale nello sperimentare il supporto da altri e consente di promuovere in noi un’analisi sugli eventi della nostra vita.

La tristezza è fondamentale per trovare un senso ad eventi spiacevoli, per elaborarli. La nostra cultura però ci porta a considerare la tristezza come un qualcosa che è meglio nascondere perché poco tollerata o accettabile.

Chi si dimostra triste, rischia di apparire debole, fragile, un non vincente. E si ha paura di essere perciò lasciati soli. Per questo ci sforziamo costantemente di mascherarla, soprattutto quando non sono presenti eventi oggettivi esterni significativi che potrebbero giustificarne la presenza, come una grave malattia o un lutto.

Come reagiamo alla tristezza?

Per poterci permettere di vivere la tristezza ed esprimerla all’ esterno, dobbiamo consentirci di dire a noi stessi che possiamo essere vulnerabili, che abbiamo bisogno di qualcuno.

occhio triste

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E ciò non è facile se abbiamo sperimentato in passato che non sempre si può trovare chi è disposto a sostenerci. Dopo che si è provato ciò, si tenderà per difesa a negare l’esistenza della tristezza per proteggerci dal ripetersi di non trovare nessuno che ci aiuti. Si imparerà così a pensare di dover fare tutto da soli, di non aver bisogno di altri.

Per evitare di stare in contatto con la nostra tristezza si inizierà ad essere sempre impegnati per non aver modo di stare con noi stessi, ad assumere farmaci, a trattenere quello che proviamo, ad iniziare a pensare che le emozioni non aiutano ad affrontare i problemi e le scelte rispetto alla razionalità. Queste strategie potranno anche funzionare per un po’, ma le emozioni trovano il modo sempre di emergere!

I benefici dell’essere tristi

Lo psicologo Joe Forgas (2010), dell’università del New South Wales in Australia, ha scoperto con i suoi colleghi che le persone tristi hanno maggior accuratezza per i dettagli e cadono meno nelle trappole cognitive, come credere che una persona di bell’aspetto sia anche gentile o ricordare meglio le informazioni iniziali rispetto alle successive. Hanno rilevato anche che la tristezza rende le persone più altruiste (studio al seguente link ).

Vivere la tristezza

  • Il primo passo da fare per riconoscere e gestire la tristezza è sperimentarla.
    La tristezza è solo tristezza, una naturale fase di passaggio. Lasciamole spazio libero, vediamo cosa succede nel provarla. Non giudichiamoci, viviamo il momento e basta. Ci viene da stare soli, sdraiarci su un letto e coprirci, fare un bagno caldo con musica che ci intristisce ancora di più? Facciamolo.
  • piangere per tristezza

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    Ci viene da piangere?
    Attraverso le lacrime il corpo secerne alcuni ormoni che si sono accumulati per troppo stress. Inoltre il pianto stimola il sistema endocrino, causando un rilascio di endorfine, gli ormoni del benessere. Perciò permettiamo alle lacrime di uscir fuori, se la presenza di qualcuno ci ostacola, isoliamoci per un po’. Non blocchiamole.

  • Concediamoci del tempo

    Percepire, accettare ed elaborare la propria tristezza è un processo che richiede tempo. Bisogna armarsi di pazienza, fare respiri profondi e scavare dentro noi stessi. La tristezza comporta sempre un invito alla riflessione. Cosa sento di aver perduto? Perché sto male per questa perdita? Mi sento meno competente? Mi sento impotente? Sono stato ferito, offeso, maltrattato, minacciato, attaccato? Che impatto può avere questa perdita in futuro? Come posso recuperare?
    Altri aiuti sono disegnare e scrivere, sono modalità espressive che ci possono aiutare ad esternare ciò che abbiamo dentro. Anche parlare con un professionista, soprattutto quando il senso di tristezza persiste per mesi o anni, è di grande utilità.
  • Trascorriamo più tempo all’ aperto
    Esporsi al sole (sempre con le dovute accortezze!) ha il potere di migliorare l’umore. Anche illuminare meglio l’ambiente in cui si viene contribuisce a ciò.
    Se poi facessimo anche attività fisica, ancora meglio.
    Il movimento rilascia endorfine e aiuta a distarci dal circolo vizioso dei pensieri legati ad eventuali situazioni spiacevoli vissute.

Dunque ascoltiamoci, parliamone, permettiamoci di viverla e sentirla fino in fondo. Si potrà scoprire quanto sia potenzialmente vantaggiosa e positiva, in termini di evoluzione personale.

Rabbia e tristezza sono solo l’inizio del nostro viaggio nel mondo delle emozioni. Ne scopriremo altre nel prossimo articolo!

 

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Paola Ferriero Classe 1991. Psicologa clinica e Tutor Specifico DSA. Si occupa di sostegno psicologico, tecniche di rilassamento di gruppo e individuali (training autogeno) e percorsi di accompagnamento e preparazione al parto con metodo RAT.
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